L’essenza di navigare nella complessità…

Le foglie devono seguire una stagionalità che in un modo volatile, ambiguo, incerto e complesso cambia velocemente e frequentemente.

Le radici sono la parte invisibile ma costituiscono l’ossatura e ciò che consente di rimanere in piedi quando ci sono terremoti e scossoni imposti dalle condizioni al contorno.

Mettere su radici forti è un gioco lungo, richiede sforzi, ma è l’unico modo per “navigare nella complessità” e assicurarsi di sopravvivere al cambiamento.

Quanto costa la formazione?

I sistemi operativi si aggiornano in automatico per poter supportare le novità che vengono introdotte ogni giorno.

Analogamente, passando dall’ecosistema informatico a quello lavorativo, le aziende e le persone devono continuare ad aggiornarsi indipendentemente dal lavoro che fanno o dal mercato di riferimento.

Le persone che non si aggiornano diventano come macchine obsolete che rischiano di rimanere ferme o di farsi superare da chi ha più competenze di loro (o ha più voglia di tornare a studiare e aggiornarsi).

D’altro canto le organizzazioni devono fare manutenzione così come una buona flotta di autonoleggio la fa ai suoi veicoli per evitare che si rompano o si guastino durante il lungo viaggio che li porta alla “pensione”.

L’alternativa alla mancanza di formazione e aggiornamento di competenze è per tutti quella di “rimanere a piedi” in un mondo che sfreccia alla velocità della luce.

Se siete un’azienda dovreste prevedere dei piani di formazione customizzati sulle esigenze e le volontà delle persone… e se siete dei professionisti con aziende poco attente, dovreste comunque trovare modi alternativi per aggiornarvi e rimanere competitivi (per avere qualche chance di trovare realtà migliori).

se sei il più intelligente della stanza..

Il concetto di intelligenza è relativo ma se sei “il più intelligente della stanza” vuol dire che probabilmente sei impiegato al 30% delle tue possibilità (o c’è poco “fit” fra quello che fai e le tue capacità migliori).

L’ambiente dovrebbe agevolarti ma è una responsabilità personale quella di muoversi trasversalmente, cercare alternative, continuare a imparare, evolvere e aumentare conseguentemente le possibilità di “arrivare nella stanza giusta”.

Quando si entra in azienda, difficilmente siamo in grado di entrare subito nella “stanza giusta”: la maggior parte di chi ci si trova, ci arriva perché non ha mai smesso di cercare (e di apprendere mentre girava per i corridoi).

Per questo si dice spesso che la perseveranza batte il talento: perché oltre alla competenza e alle capacità, è necessario continuare a cercare per i corridoi anche quando sembrano percorsi infiniti di porte chiuse e di stanze sbagliate.

Peraltro il talento non è esclusivamente “capacità”.. ma è anche perseveranza nel continuare a “cercare” e ad alimentare le proprie competenze per portarle “a un altro livello” (e poter finalmente imbattersi nella “stanza” o nell’azienda giusta…).

3 modi per migliorarsi nel lavoro e ricevere feedback

Ci sono molti modi per iniziare un percorso di miglioramento personale o professionale

Qui di seguito tre consigli mutuati dal coaching che possono essere validi a prescindere dal proprio lavoro.

1) Analizzare le situazioni da migliorare e chiedersi come poter lavorare su se stessi a prescindere dalle condizioni esterne (sto sbagliando qualcosa? cosa potrei fare meglio? ho valutato le cose da una diversa prospettiva?)

2) Riferirsi a dei modelli: individuare persone che sono di ispirazione e chiederci cosa avrebbero fatto loro in quelle stesse circostanze (questa tecnica si chiama “creative mentor” ed è utile per cominciare a fare azioni in linea con quello che vorremmo diventare).

3) Chiedere un feedback preciso a persone fidate e affidabili (devono essere fidate per poterci consentire di sentirci “al sicuro” e affidabili per avere la sicurezza che ci dicano la verità).

Spesso ciò che impedisce di evolvere personalmente e professionalmente sono la mancanza di una prospettiva più generale sulle cose, l’assenza di riferimenti o guide che ci ispirino e la difficoltà nel trovare feedback trasparenti e disinteressati: questi sono tre consigli di buon senso per cominciare un cambiamento…

P.s: riguarda tutti ma per CEO e manager apicali il più importante è il terzo punto

Il potere delle abitudini (#2/2023)

di Charles Duhigg pag. 432 09 Gennaio 2023

La maggior parte delle scelte che compiamo ogni giorno, non sono frutto di riflessioni consapevoli bensì di abitudini diffuse.

Il nostro cervello spesso procede in automatico indirizzandoci verso “percorsi” consolidati che è difficile cambiare anche quando decidiamo di farlo.

Le abitudini influenzano enormemente tutti gli aspetti della nostra vita: dal lavoro alla salute, dalla situazione economica alla “felicità”, da come decidiamo di passare il nostro tempo libero alle relazioni.

Da secoli gli uomini le studiano, ma è solo di recente che la neurologia, la psicologia, la sociologia e gli esperti di marketing hanno realmente iniziato a capire in che modo funzionano.

Questo libro indaga la formazione delle abitudini sia a livello individuale che collettivo, nelle aziende e nelle istituzioni.

Le abitudini non sono un destino: si possono cambiare, sostituire o mantenere una volta che si impara a comprendere i presupposti che ci stanno dietro: qualsiasi tipo di abitudine segue uno schema consolidato cha parte da un segnale (che innesca un comportamento), prosegue con una routine (l’abitudine vera e propria) e arriva a una “gratificazione” (motivo ultimo per cui “facciamo quello che facciamo”).

Imparando a riconoscere e capire a fondo questi tre elementi, è possibile cambiare ogni tipo di comportamento, attuando un cambiamento profondo nella nostra routine e migliorandone ogni aspetto.

Un ottimo libro che insieme a Tiny Habits di J B Fogg e “piccole abitudini per grandi cambiamenti di James Clear, fornisce una panoramica esaustiva e modelli pratici per il cambiamento.

Non ci sono soldi perché non ci sono talenti… e non ci sono talenti perché non ci sono soldi…

“Non ci sono soldi” è il motivo ufficiale per cui molte aziende danno poche promozioni.

Quando non ci sono soldi, la corsa alla promozione diventa una questione di circostanze e questa modalità porta più facilmente a premiare coloro che hanno avuto la pazienza di aspettare il proprio turno (motivo per cui spesso le posizioni apicali non sono ricoperte da talenti ma da professionalità che hanno il solo merito di “aver saputo aspettare”).

Generalmente chi ha un talento non sa aspettare per anni una promozione che non arriva mai: spesso si stanca molto prima preferendo di gran lunga cercare altrove ambienti dove esprimere le proprie capacità.

Succede quindi che dopo poco tempo queste persone lasciano le aziende privandole del proprio talento, andando ad aumentare i costi di turn over e rendendole ancor più povere di fondi (ma ricche di mediocrità).

Ma il problema è che persone mediocri o svogliate di soldi ne producono pochi… e quindi il circolo negativo continua all’infinito..

Perché 7 su 10 di noi non mettono in discussione lo status quo (anche in azienda)…

La maggior parte degli individui preferisce essere nel torto insieme agli altri anziché avere ragione esprimendo opinioni contrarie a quelle predominanti.

Anche se ci sono leggi senza senso, è stato dimostrato che solo il 30% di noi è in grado di metterle in discussione e solo il 15% è in grado di infrangerle.. (ricerca dello psicologo Lawrence Kohlberg).

In un famoso esperimento del 1962, alcuni attori dentro un ascensore si giravano tutti in una direzione o nell’altra: le “cavie” che entravano tendevano a imitarli a prescindere, stando più attente a quello che facevano gli altri piuttosto che al senso di voltarsi senza un motivo…

Statistiche ed esperimenti psicologici e sociologici, portano alla conclusione che 7 persone su 10 faranno di tutto per non differenziarsi e per uniformarsi a ciò che è già esistente perché è più facile, meno dispendioso e socialmente più accettabile: questo spiega come fanno i tiranni a dominare su milioni di persone o come scarni gruppi di micromanager riescano tutt’oggi a comandare su centinaia di teste “pensanti”..

Quando ci meravigliamo di come mai i cambiamenti nelle organizzazioni sono così lenti, dovremmo chiederci a quale percentuale apparteniamo e farci assumere da un’azienda che ha già una leadership in accordo a quello che vogliamo…

Perchè?

… perchè con grande probabilità, la maggioranza si sarà già adeguata allo status quo e sarà molto difficile cambiarlo…

Valore VS tempo

Trovare un lavoro che paga competenze e cervello anziché tempo, è uno dei fattori che può fare maggiormente la differenza per migliorare la qualità della vita..

Quando si passa a lavorare totalmente in smartworking, quello che contano sono i risultati per cui, se NON volete lanciarvi in una carriera imprenditoriale, la soluzione migliore per aumentare benessere ed “economics”, è trovare un’azienda che vi consenta di organizzare il tempo autonomamente (pagando solo per i risultati e non per il tempo speso a guardare dei fogli o uno schermo).

Se invece puntate a diventare freelance, il concetto del “valore” assume ancora più importanza per non rimanere affogati in eterno nell’operatività e nell’ossessione di fatturare ore.

Indipendentemente dal tipo di carriera che scegliete, puntare al valore e non al tempo è la cosa migliore per far spazio a ciò che conta perché il tempo è sempre e comunque limitato, il valore no.

Puntare al valore significa slegare il proprio lavoro dal concetto di tariffa oraria o di tempo: non è una cosa facile perché per farlo è necessario individuare una “proposta di valore unica” che fa in modo che gli altri ci scelgano per quelle che sono le nostre competenze specifiche e non per le “ore di lavoro” che possono trovare sul mercato a buon prezzo..

Sapersi distinguere per il valore che si è in grado di dare è difficile perchè vuol dire impegnarsi per creare qualcosa di unico nel proprio campo di competenza…. ma a pensarci bene è comunque meno complicato che stare sul “mercato del tempo”: un mercato iper-inflazionato e costantemente al ribasso…

Come non fare niente (#3/2023)

Resistere all’economia dell’attenzione è difficilissimo

In un mondo in cui la tecnologia crea dipendenza ed è volta a comprare e vendere la nostra attenzione per creare profitto, staccarsi da essa è un esercizio complicato.

Ad aggravare la situazione c’è un ecosistema digitale che costringe la maggior parte di noi a lavorare davanti a uno schermospingendoci così a restare connessi 24 ore su 24 e 7 giorni su 7.

La nostra “attenzione”  è insieme al tempo la risorsa più preziosa e più “sfruttata” che possediamo: qualcosa di prezioso che dobbiamo continuamente (e attivamente) scegliere come utilizzare al meglio.

In questo libro, apparentemente leggero ma estremamente complesso, l’autrice invita a una riflessione sull’uso che facciamo della tecnologia che monopolizza, distrae e devia il nostro tempo per scopi capitalistici.

Il testo fornisce una chiave di lettura che stacca la nostra visione da uno schermo (lo stesso da cui sto scrivendo), per portarla a osservare più profondamente l’ambiente che ci circonda: qualcosa che esiste da secoli e che costituisce l’unica valida alternativa in grado di consentirci di riprendere spazi ormai persi, di re immaginare il nostro ruolo nella società e di giungere a una comprensione più sensata della felicità e del progresso.

Come non fare niente è un saggio provocatorio e persuasivo: un piano di azione per pensare al di fuori dei temi capitalistici di efficienza e per cambiare il modo di vedere “il proprio posto nel mondo”.

Sull’economia dell’attenzione: “Come diventare indistraibili” di Nir Eyal e “8 secondi” di Lisa Iotti

Un consiglio su quando “metterci la faccia”…

A fine 2022 ho scritto un post con dei consigli di lettura…

Scrivo regolarmente su LinkedIn a scopi divulgativi ma raramente mi capita di raggiungere più di 200.000 persone.

Cosa aveva di speciale quello che ho scritto rispetto a contenuti analoghi?

Conteneva un’immagine personale.

Mettere la propria faccia associandola a un contenuto non è mai facile, specialmente se la faccia non è quello che ti dà da mangiare (o se sei uno di quelli che, come me, pensa che dei buoni contenuti “dovrebbero essere sufficienti”).

Ma il discorso è che farlo a determinate condizioni, spesso può fare realmente la differenza sui risultati…

Perché?

Perché un’immagine che accompagna delle competenze o delle informazioni che vengono messe a servizio degli altri, rafforza la fiducia che le persone hanno rispetto a quello che stai condividendo.

A pensarci bene, lavorando con talenti e manager apicali, questo è esattamente quello che fanno i leader che hanno una marcia in più.

I migliori professionisti che conosco non solo hanno contenuti di altissimo livello, obiettivi chiari e una capacità incredibile di essere coerenti nelle proprie azioni: tutti quelli che riescono a “scalare”, ci mettono la faccia…

Non a scopi autocelebrativi (il confine è sottile ma sostanziale), ma come elemento per consolidare le fondamenta di “fiducia” che hanno costruito con le proprie competenze.

I “migliori” fanno in rigoroso ordine cronologico le seguenti cose:

1)    Propongono qualcosa di utile per gli altri condividendo quello che sanno e aiutandoli a crescere;

2)    Stabiliscono con chiarezza gli obiettivi che vanno in questa direzione facendo azioni coerenti con quello che dicono;

3)    Ci mettono la faccia.

Quando è che NON funziona?

Quando prima ci si mette la faccia e poi si prova a fare tutto il resto: in questo caso la propria immagine risulta autocelebrativa e anziché creare fiducia, genera l’effetto esattamente contrario.

Metterci la faccia è un “plus”… ma è consigliabile farlo con moderazione e solo dopo aver acquisito fiducia nell’interlocutore con competenze e informazioni “utili”.