Smart working: agli albori di un nuovo rinascimento

Lo smart working è la traduzione di “lavoro intelligente”: una dimensione in cui luoghi e tempi perdono di significato a favore di un’autogestione che, in linea teorica, dovrebbe dare più spazio alla creatività del singolo nell’espletamento delle proprie mansioni lavorative.

Il rinascimento è stato uno dei periodi più creativi e prolifici della storia dell’umanità ed è stato caratterizzato da una pressoché totale assenza sia del concetto di “orario di lavoro” che di quello di “luogo di lavoro”.

L’accostamento in tempi di crisi economica (e di identità) è piuttosto azzardato.. ma le similitudini sono molteplici ed è molto probabile che le generazioni future abbiano una prospettiva migliore della nostra…

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La rivoluzione del lavoro intelligente: da dove veniamo e dove stiamo andando, il ruolo dello smartworking e le sfide che ci aspettano

  1. PERCHE’ SIAMO DIVENTATE DELLE MACCHINE..

Nel rinascimento la vita lavorativa e quella privata erano tutt’uno: nelle botteghe artigiane non solo si produceva ma si conviveva, si banchettava e si svolgevano attività ludiche.

Il tempo era un concetto relativo, la vita scorreva con molta meno frenesia ed i luoghi di lavoro non erano così segregati come nell’era industriale.

La commistione fra socialità e lavoro produceva risultati eccellenti: si lavorava alacremente ma in maniera più rilassata e soprattutto più conforme ai bioritmi della singola persona.

I professionisti erano multidisciplinari e difficilmente si specializzavano (e se lo facevano non lo facevano secondo la concezione moderna).

Di contro il benessere era appannaggio di pochi e per estenderlo ad una quantità di persone via via crescente, vennero in aiuto due personaggi come Taylor e Ford (che da pionieri delle moderne catene di montaggio e della massificazione di beni di lusso, decretarono l’inizio dell’era industriale).

L’avvento dell’era industriale cominciò a premere sui ritmi lavorativi e ad incanalare tutto verso una dimensione di massima efficienza, portando una accelerazione della vita ed una divisione netta fra gli ambienti di lavoro, quelli familiari e quelli deputati allo svago.

La produzione in serie imponeva le sue regole per rispondere alle esigenze di una di un ceto medio in fortissima espansione: il boom economico ed un marketing aggressivo contribuirono ad accelerare questo processo, spingendo le fabbriche a standardizzare ed efficientare qualsiasi fase del processo produttivo, specializzando al massimo le risorse, consentendogli meno gradi di libertà ed implementando procedure a prova di errore.

Il passaggio cruciale da produzione artigianale a produzione industriale, segnò di fatto un cambiamento culturale profondo, che modificò le abitudini delle persone, creando velocità, disponibilità di beni e ricchezza da un lato, ma anche un’ingente quantità di stress ed una profonda perdita di valori dall’altro.

Per molti decenni questo nuovo “mindset” ha portato enormi vantaggi, quali un innalzamento generale della qualità della vita e la possibilità di acquistare a buon mercato una varietà incredibile di prodotti volti a soddisfare qualsiasi esigenza.

Finchè non è arrivata la crisi economica… e con essa quella esistenziale ed una sostanziale ridefinizione delle priorità del singolo: tutto ad un tratto lavorare 14 ore al giorno per avere un posto riservato in azienda o comprare un gadget con cui giocare negli scampoli di tempo rimasti, non è stato più al centro dei desideri né delle nuove generazioni né di quelle che in questo mondo ci sono cresciute.

La tecnologia, la globalizzazione spinta e le ultime contingenze pandemiche hanno spinto ulteriormente questa tendenza, portando molte persone a rivedere l’intero set dei propri valori ed a rimettere in discussione modi di lavorare non più allineati con il nuovo concetto di “progresso”.

Quello che è tuttora un cambiamento radicale in atto (pari a quello che avvenne nel passaggio dal rinascimento all’era industriale), pone al centro la ricerca verso un maggiore equilibrio ed una maggiore consapevolezza sull’importanza di riappropriarsi di spazi personali dati in affitto in cambio di uno stipendio fisso e di una sicurezza sempre più instabile.

 Gli individui, salendo progressivamente verso l’apice della piramide di Maslow, stanno sempre di più inquadrando la propria realizzazione personale con la riacquisizione del proprio tempo libero e di quello che oggi viene chiamato il “work-life balance” (oltretutto identificato, a ragione, come pre-requisito fondamentale per aumentare la propria produttività).

Sta cambiando il “purpose” stesso dell’essere umano e con esso lo stile di vita ed il concetto di felicità… in una direzione che sembra riportare indietro a quell’epoca rinascimentale dove i ritmi (per chi se lo poteva permettere), erano più rilassati e maggiormente in linea con una vita “equilibrata” (o “sostenibile”).

2) IL RUOLO DELLO SMARTWORKING..

Il ruolo dello smartworking è quello di accelerare questo processo di profondo cambiamento, dando a disposizione strumenti per la propria autogestione e consentendo al singolo di gestire i propri tempi compatibilmente alle proprie caratteristiche, volontà e condizioni al contorno.

Lo smart working, per sua genesi, rimuove molti dei vincoli di uno stile di vita fatto di tempistiche precise, ritmi forsennati e stress indotto dai molteplici impegni che richiedono una mobilità spesso incompatibile con le nuove esigenze.

Lo “smart worker” ha la facoltà (compatibilmente con la propria mansione e la cultura dell’azienda per cui lavora), di riprendersi un po’ di quelli spazi che erano tipici dell’uomo rinascimentale… che viveva la propria quotidianità in prossimità della propria bottega, mischiando momenti di vita privata a momenti conviviali e lavorativi (e soprattutto non rispondendo a quelle regole delle catene di montaggio che imponevano di suonare il campanello per andare al bagno..).

Poter gestire il lavoro in autonomia grazie agli strumenti informatici che consentono di fare il lavoro intellettuale da remoto, rimette l’uomo al centro della propria vita… richiamandolo però anche ad una importante assunzione di responsabilità che è quella di re-imparare a gestirsi.

3) LE SFIDE CHE CI ASPETTANO..

Per chi viene dall’era industriale (come i baby boomers e la generazione X), è alquanto difficile immaginare un futuro lontano dalla fabbrica, dal capo-ufficio o dal direttore di stabilimento.

E’ altrettanto difficile imparare a gestire i propri tempi dal momento che fino a ieri questi erano monitorati, cronometrati e scanditi dalle procedure di un’organizzazione che aveva come unico scopo quello di produrre nel minor tempo possibile, nella maniera più standardizzata possibile e lasciando meno spazio possibile a creatività ed inventiva.

E’ un modello che ha funzionato e che è perfetto in un mondo relativamente stabile: uno stereotipo che ha permeato talmente tanto la nostra cultura ed il nostro modo di vivere che la sola idea di abbandonarlo produce l’ansia indotta dall’improvviso passaggio ad una diversa modalità.

E’ incontrovertibile che riappropriarsi della autogestione sia in definitiva vantaggioso.. il problema vero è riuscire a distaccarsi dalle vecchie logiche che hanno cercato di standardizzare la cosa meno standard dell’universo: l’essere umano…

Lo smartworking è uno strumento… e come tutti gli strumenti bisogna imparare ad usarlo correttamente… ma una volta compreso, è un qualcosa che può rimettere le lancette indietro e consentire ad ognuno di noi di cercare e possibilmente trovare una dimensione più consona ai propri bioritmi ed al proprio stile di vita, mantenendo alta efficienza e produttività.

La generazione dei millennials (che non ha vissuto appieno l’era industriale pre-crisi), non vivrà la dimensione della sfida ma solo quella dell’opportunità: possiamo scommettere che nessuno dei nostri figli accetterà mai una posizione lavorativa che lo costringa a passare 5 giorni su 7 nel solito posto… per lo più con orari impostati e senza la flessibilità di gestire il proprio tempo in modo “smart”…

Per quanto riguarda la nostra generazione X (o quella dei baby boomers)…il futuro appare incerto e nebbioso sia per i motivi che ho spiegato (la cultura da cui proveniamo), sia perché associamo lo smartworking a questo periodo di costrizione che ci ha fatto passare dalla reclusione dell’ufficio a quella di casa: un qualcosa che ha ben poco a che fare con lo smartworking ma che dopo questo periodo transitorio lascerà solo la libertà di scegliere (e nuove opportunità che adesso non riusciamo a vedere..).

Considerando l’epoca da cui veniamo, la crisi economica persistente e la disabitudine a riappropriarci dei nostri spazi, risulta piuttosto difficile fare uno sforzo positivo di immaginazione che ci faccia vedere lo smart working come un ponte verso una società molto simile a quella rinascimentale..

Nel rinascimento la vita lavorativa e quella privata erano tutt’uno: nelle botteghe artigiane non solo si produceva ma si conviveva, si banchettava e si svolgevano attività ludiche.

Il tempo era un concetto relativo, la vita scorreva con molta meno frenesia ed i luoghi di lavoro non erano così segregati come nell’era industriale.

La commistione fra socialità e lavoro produceva risultati eccellenti: si lavorava alacremente ma in maniera più rilassata e soprattutto più conforme ai bioritmi della singola persona.

I professionisti erano multidisciplinari e difficilmente si specializzavano (e se lo facevano non lo facevano secondo la concezione moderna).

Di contro il benessere era appannaggio di pochi e per estenderlo ad una quantità di persone via via crescente, vennero in aiuto due personaggi come Taylor e Ford (che da pionieri delle moderne catene di montaggio e della massificazione di beni di lusso, decretarono l’inizio dell’era industriale).

L’avvento dell’era industriale cominciò a premere sui ritmi lavorativi e ad incanalare tutto verso una dimensione di massima efficienza, portando una divisione netta fra gli ambienti di lavoro, quelli familiari e quelli deputati allo svago.

Il passaggio da ritmi più lenti a ritmi più veloci richiese un cambio radicale di mentalità e profondi impatti nel modo di vivere delle persone.

Le catene di montaggio dovevano essere perfettamente oliate: movimenti precisi e prestabiliti, massimo controllo e niente deroghe sulla qualità.

La produzione in serie imponeva le sue regole e tutto veniva standardizzato mediante procedure, tempi e metodi (il che spiega molto bene la ragione per la quale si richiedevano gerarchie molto rigide ed un rapporto distaccato e poco incline ad un confronto con i propri manager).

Il passaggio cruciale da produzione artigianale a produzione industriale, segnò di fatto un cambiamento culturale profondo, che modificò le abitudini delle persone, centralizzando la vita nelle città e modificando l’urbanistica per essere funzionale alla produzione ed al nuovo modo di vivere (alimentato da un boom economico e da un marketing aggressivo che ci ha indirizzato verso un consumo spinto di beni materiali da accumulare serialmente e da sfoggiare come status sociale).

Per molti decenni questo nuovo “mindset” ha portato enormi vantaggi, quali un innalzamento generale della qualità della vita e la possibilità di acquistare a buon mercato una varietà incredibile di prodotti volti a soddisfare qualsiasi esigenza.

Ma con la crisi economica e la fine dell’euforia legata alla iper-disponibilità degli oggetti, le esigenze delle persone stanno cambiando: lavorare 14 ore al giorno per avere un posto riservato in azienda o comprare un gadget con cui giocare negli scampoli di tempo rimasti non è più al centro dei desideri né delle nuove generazioni né di quelle che in questo mondo ci sono cresciute.

 Gli individui, salendo progressivamente verso l’apice della piramide di Maslow, stanno sempre di più inquadrando la propria realizzazione personale con la riacquisizione del proprio tempo libero e di quello che oggi viene chiamato il “work-life balance”.

Il cambio culturale in atto pone al centro la ricerca verso un maggiore equilibrio ed una maggiore consapevolezza dell’importanza di riappropriarsi di spazi personali dati in affitto in cambio di uno stipendio fisso e di una sicurezza minata sempre di più dalla crisi economica.

Sta cambiando il “purpose” stesso dell’essere umano e con esso lo stile di vita ed il concetto di felicità… in una direzione che sembra riportare indietro a quell’epoca rinascimentale dove i ritmi (per chi se lo poteva permettere) erano più rilassati e maggiormente in linea con una vita “equilibrata” (o “sostenibile”).

Il ruolo dello smartworking

Il ruolo dello smartworking è quello di accelerare questo processo, dando a disposizione strumenti per la propria autogestione e consentendo al singolo di gestire i propri tempi compatibilmente alle proprie caratteristiche, volontà e condizioni al contorno.

Lo smartworking, per sua genesi, sta rimuovendo lacci e lacciuoli di uno stile di vita fatto di tempistiche precise, ritmi forsennati e stress indotto dai molteplici impegni che richiedono una mobilità spesso incompatibile con le nuove esigenze.

Lo smartworker ha la facoltà (compatibilmente con la propria mansione e la cultura dell’azienda per cui lavora) di riprendersi un po’ di quelli spazi che erano tipici dell’uomo rinascimentale… che viveva la propria quotidianità in prossimità della propria bottega, mischiando momenti di vita privata a momenti conviviali e lavorativi.

Poter gestire il lavoro in autonomia grazie agli strumenti informatici che consentono di fare il lavoro intellettuale da remoto, rimette l’uomo al centro della propria vita… richiamandolo però anche ad una importante assunzione di responsabilità..

Qualche sfida da affrontare

Per chi viene dall’era industriale (come i baby boomers e la generazione X), è alquanto difficile immaginare un futuro lontano dalla fabbrica, dal capo-ufficio o dal direttore di stabilimento.

E’ altrettanto difficile imparare a gestire i propri tempi dal momento che fino a ieri questi erano monitorati, cronometrati e scanditi dalle procedure di un’organizzazione che aveva come unico scopo quello di produrre nel minor tempo possibile, nella maniera più standardizzata possibile e lasciando meno spazio possibile a creatività ed inventiva.

E’ un modello che ha funzionato e che è perfetto in un mondo relativamente stabile: è anche un mondo che ha permeato talmente tanto la nostra cultura ed il nostro modo di vivere che la sola idea di abbandonarlo produce l’ansia indotta dall’improvviso passaggio ad una diversa modalità.

E’ incontrovertibile che riappropriarsi della autogestione sia in definitiva vantaggioso: il problema vero è riuscire a distaccarsi dalle vecchie logiche e riappropriarci di concetti che appaiono controintuitivi: tutto lo stress e la crisi esistenziale indotti dalle nuove modalità di lavoro dipendono essenzialmente dal legame ancora forte con una cultura che ha imposto regole e ritmi ben precisi a cui tutti ci siamo abituati.

Una mania di precisione, una frenesia e dei ritmi standardizzati per la cosa meno standard dell’universo: l’essere umano.

Ogni individuo ha le sue particolarità e per questo non è fisiologicamente né biologicamente nato per essere guidato da ritmi, tempi e procedure standard…

L’essere umano non è fatto per essere stressato e per raggiungere la sua massima performance (che è diversa da individuo ad individuo come il modo e le tempistiche per raggiungerla) deve liberarsi dai condizionamenti psicologici del passato… imparandosi a gestire come faceva l’uomo del rinascimento..

In un certo senso lo smartworking, a patto di riuscire ad autogestirsi, può rimettere le lancette indietro e consentire ad ognuno di noi di cercare e possibilmente trovare una dimensione più consona ai propri bioritmi, rallentando il ritmo di vita ma mantenendo alta efficienza e produttività.

Sfide ed opportunità

La generazione dei millennials (che non ha vissuto queste contraddizioni), non vivrà la sfida ma solo l’opportunità: e possiamo scommettere che nessuno dei nostri figli accetterà mai una posizione essendo costretto 5 giorni su 7 ad andare in un posto fisso con orari imposti e senza la flessibilità di gestire il proprio tempo in modo “smart”…

“Essere stato licenziato è stata la cosa più bella che potesse capitarmi”

Steve Jobs fu licenziato dalla stessa azienda che aveva creato nel 1985 a causa delle sue “idee rivoluzionarie” e della sua coerenza nel considerare il Mac un oggetto a sé, con un sistema operativo indipendente e non cedibile a terzi (cosa che era invece caldeggiata dal resto dei dirigenti volevano seguire una linea più “tradizionale”).

La sua coerenza gli costò il posto di lavoro ed anni di esilio che però gli consentirono di entrare in uno dei periodi più creativi della sua vita: dal 1985 fondò infatti Next e Pixar, per poi tornare nuovamente in Apple nel 1996 (facendola diventare una delle “big four” di tutto il pianeta).

In carriere professionali lunghe una vita, capita spesso di essere in qualche modo “licenziati” (o temporaneamente parcheggiati… che è una forma più soft di “licenziamento”).

Poche persone riescono a ritornare ai livelli precedenti (più per incapacità di mettersi alle spalle le sconfitte che per incapacità professionali).. ma la maggior parte può approfittarne per apprendere una lezione, prendersi una pausa e trovare soluzioni più adeguate al proprio potenziale.

Una lezione di leadership dalle retrovie… (dal pascolo del nobel Mandela..)

“Tu hai mai pascolato il bestiame?” chiese Mandela al suo biografo.

“Sai, quando si vuole che il bestiame si muova in una certa direzione, gli si sta dietro con un bastone e poi si lascia che gli animali più intelligenti passino davanti agli altri e si muovano nella direzione in cui vuoi che vadano…gli altri seguono quelli che stanno davanti, i più vigorosi, ma di fatto sei tu che li stai guidando da dietro”

Mandela da ragazzino aveva trascorso la maggior parte dei suoi pomeriggi a radunare il bestiame e fu lì che pare abbia maturato le sue prime idee su come esercitare la leadership…

L’idea di fondo è che la leadership consista nel guidare le persone in una certa direzione, cambiando il loro modo di pensare e di agire, non mettendosi davanti alle prime file, ma mettendo gli altri (“la prima linea”) in condizione di muoversi..

30 anni di carcere affinarono molto le sue evidenti doti, migliorando la sua già notevole conoscenza dell’essere umano e delle sue dinamiche (che ora chiameremo “soft skills”) e rendendolo ancora più acuto ed efficace.

Questo libro non è la storia di Nelson: è un manuale che ogni CEO o aspirante tale dovrebbe avere sul comodino..

“Molti credono di pensare.. quando in realtà si limitano a rimescolare i loro pregiudizi”

Lo scrisse William James (filosofo e psicologo, New York 1842) ormai quasi 200 anni fa sottolineando una prerogativa della nostra specie tanto attuale quanto rimasta intatta fin dalla notte dei tempi (a tal punto da poterla considerare un’evergreen..).

Nel medioevo questo “difetto” portava a portare chi pensava diversamente sulla ghigliottina o sul banco delle inquisizioni… adesso fortunatamente solo emarginazione o celebrazioni (Steve Jobs, celebre ambasciatore del “think different” fu soggetto sia all’una che alle altre).

Crediamo che l’intelligenza sia univocamente riconducibile alla capacità di pensiero o alla velocità con cui i pensieri fluiscono nella mente.

Crediamo che aver studiato per anni ed aver acquisito un vantaggio competitivo supportato da dei titoli o da una posizione sia sufficiente per ritenerci buoni manager (o “pensatori”)

Ma la verità che suggerisce l’aforisma è che la vera capacità di “pensare” nasce dalla consapevolezza di non sapere, dal mettere in discussione le proprie conoscenze (che per quanto elevate sono limitate al tempo in cui viviamo ed al nostro settore specifico): tutto il resto è un rimescolamento di pregiudizi e di verità date per assunte..

Feedback “diversamente positivo”: come fare la differenza (e migliorare le relazioni professionali)

“Apprezziamo i vostri feedback”.. (finchè sono positivi)..

“Se sei soddisfatto vorremmo avere il tuo feedback” è un messaggio vuoto di significato.. sia che sia richiesto esplicitamente da un’azienda (come avviene spesso quando si compra un prodotto nuovo), sia che esso sia implicitamente espresso sottoforma di un’aspettativa personale (verso collaboratori, responsabili o colleghi).

E’ un messaggio che sottende il fatto che un feedback debba essere dato solo “in caso di soddisfazione”.

Peccato che un feedback positivo per un lavoro ben svolto è sicuramente auspicabile ma poco utile.

Per essere effettivamente efficace ed utile, un messaggio corretto dovrebbe essere: “NON sei soddisfatto? Lasciaci un feedback”..

Questo perché, se opportunamente dati, sono i feedback negativi gli unici che possono generare azioni… e le azioni sono le uniche cose che possono portare sviluppo ed evoluzione (sia che si parli di prodotti, di aziende o di crescita personale e professionale..)

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Si parte generalmente dalle aziende ma l’importanza di ricevere feedback che spingano a migliorare è importante soprattutto per le persone (che in definitiva sono la “materia prima” di cui sono fatte le organizzazioni).

Tutti siamo amanti dei feedback positivi: servono alla nostra autostima ed a confermare ciò che intimamente mettiamo in dubbio di noi stessi e del nostro operato (a dispetto di quello che vogliamo dare a vedere..).

Il problema è che la maggior parte dell’umanità è grossolanamente divisa in due tipologie: persone troppo insicure e persone troppo sicure di se stesse…. ed in entrambi i feedback positivi sono deleteri sia per l’una che per l’altra categoria.

Le persone troppo sicure di sé generalmente si convincono ancora di più della propria infallibilità (cadendo in un punto cieco di consapevolezza ed aumentando le possibilità di commettere errori), mentre quelle troppo insicure rischiano invece di assestarsi su un giudizio parziale che non le fa migliorare ma che si limita a dargli un elemento di sopravvivenza in più (sicuramente importante per sbarcare il lunario ma poco utile per “fare veramente la differenza”).

Il feedback è prezioso se è puntuale, circoscritto ed essenzialmente sincero e libero: se lo si condiziona in qualsiasi modo (per esempio restringendolo nel campo o richiedendolo solo quando questo è positivo), si perdono tutti i requisiti essenziali per la sua efficacia.

Che si tratti di persone o di aziende, il feedback per migliorare (che tendenzialmente è un feedback che dovrebbe spingere ad una “azione”) è assolutamente fondamentale: è un qualcosa che andrebbe ricercato spasmodicamente anziché rifuggirlo come la peste.

Un feedback negativo (o “differentemente positivo”), ancorché noioso e difficilmente “digeribile”, può dare spesso spunti od idee per rimettere in discussione credenze consolidate, per esplorare modi alternativi di fare le cose o per semplicemente migliorare quello che è già esistente ma che è perfettibile.

Il feedback positivo serve per l’ego ma quello negativo serve per crescere… ed è sempre più importante in un mondo in cui i prodotti hanno cicli di vita sempre più brevi sia come oggetti in sé che come oggetti di un desiderio che muta sempre più velocemente..

Questo è essenzialmente il motivo per cui le aziende ed i professionisti più moderni sono alla ricerca costante di un feedback continuo: perché dopo un po’ che fanno una cosa, sanno che perdono la loro capacità di vederla oggettivamente e di riconoscere “dove possono fare meglio”…

Ed anche se si è al top in un determinato campo, nessuno può eccellere sempre: le cose cambiano e ciò che è valido fino a qualche momento prima, subisce inevitabilmente un effetto di obsolescenza che costringe continuamente a reinventarsi e ad ingegnare a trovare soluzioni sempre migliori.

Professionisti ed aziende alla costante ricerca del miglioramento continuo non si accontentano di feedback positivi generici: vogliono sapere come poter riuscire a fare ancora meglio, possibilmente acquisendo una prospettiva diversa o un punto di vista che loro stessi non abbiano considerato.

Questo perché sanno benissimo che l’arte di perfezionarsi passa necessariamente dagli errori e che l’eccellenza non è qualcosa che si raggiunge facilmente ma è frutto di step successivi tanto dolorosi quanto necessari: è il motivo per cui le aziende più lungimiranti cominciano a costruire i propri business partendo dai propri clienti… facendogli testare i prodotti, facendoli esprimere senza vincoli e portando a casa le lezioni (magari filtrandole) per creare cose sempre più nuove, sempre più aderenti alle aspettative e sempre più “rivoluzionarie”.

NON sei soddisfatto di questo articolo? Lasciami un feedback”..

E la prossima volta che dai un feedback.. ricordati che questo deve consentire alla persona che lo riceve di mettere in atto azioni specifiche: è il più grande dono che si possa fare ad un collega o ad un collaboratore nonché il miglior sistema per gestire le relazioni professionali… d’altronde se riflettiamo attentamente, a prescindere dai nostri fallimenti ed errori, quelli che generano il più grande rammarico sono quelli che per cui non abbiamo ricevuto spiegazioni, suggerimenti o stimoli per evitarli nuovamente…

I sette saperi

Di Edgar Morin   pag. 122 11 Novembre 2020

Ci sono 7 saperi che un manager deve assolutamente conoscere prima di fare il manager..

Sono “i sette saperi necessari all’educazione del futuro”: un testo per genitori, particolarmente adatto ad aspiranti manager (che dovrebbero essere in primis buoni padri di famiglia e che di “saperi, educazione e futuro” dovrebbero saperne abbastanza) .

I “7 saperi” parla di cultura interdipendente, di diversità, di conoscenza e dell’importanza di dare il giusto peso alle cose, inquadrandole in un’ottica più “planetaria” e meno “individualista”.

Un libriccino che dà spunti interessanti su come mettere da parte l’ego per servire uno scopo più grande… che insegna come sia molto più significativo “inserirsi in un contesto” piuttosto che “pretendere di essere il contesto”…

Dedicato a chi è disposto a re-inquadrare il proprio ruolo rinunciando ad obiettivi micro (il proprio io, lo stipendio o l’approvazione di qualche stakeholder), per puntare ad una maggiore comprensione del proprio ruolo e del proprio “scopo”…

Un rinnovato modo di vedere il proprio operato non più come una corsa individuale ma come parte di una staffetta in cui l’obiettivo non è correre più veloce degli altri ma lasciare a chi segue un testimone migliore di quello che si è ereditato.

“Non sono più intelligente degli altri…semplicemente mi fermo a ragionare sui problemi più a lungo”

Non è vero che “Einstein” non era più intelligente degli altri…

..ma è vero che passava più tempo ad analizzare il problema di quello che impiegava per arrivare alla soluzione.

In un altro passo esplicitò meglio il concetto dicendo: “Se avessi solamente un’ora per salvare il mondo, passerei 55 minuti a definire bene il problema e 5 minuti a trovare la soluzione”.

Una lezione molto utile per chi vive in un mondo ossessionato dalla “risposta pronta”, dal “risultato immediato” e dal timore del giudizio (che Einstein non aveva perchè viveva isolato e non si curava degli altri).

Per ricercare il miglior risultato possibile ci vuole tempo… e questa è una regola che vale sia per la risoluzione di un problema che in ambiti completamente differenti (come quello della comunicazione… per la quale si dice dovremmo moderare l’impulsività ed impiegare molto più tempo ad ascoltare che a parlare).

Cambiando i paradigmi non diventeremo come Einstein… ma chi ne segue il consiglio dovrebbe riuscire ad avere più efficacia in quello che fa.

Ribelli

di Melissa Schilling pag. 296   Novembre 2020

Genio e sregolatezza… ma anche curiosità intellettuale, idealismo e perseveranza..

Molti dei geni più rivoluzionari della storia sono stati “anticonvenzionali” nel senso più estremo del termine.

Figure come Thomas Edison, Marie Curie, Albert Einstein fino ad arrivare ai moderni Elon Musk, Steve Jobs o Dean Kamen, sono stati ribelli radicali, caratterizzati da un’istintiva avversione per le regole e da una straordinaria curiosità.

Oltre a queste caratteristiche, sembra che questi “geni” abbiano dei tratti comuni (alcuni dei quali coltivabili da chiunque), che gli hanno resi “unici”:

–         Distacco sociale: vivono isolati dagli altri, esponendosi meno possibile alle idee ed alle regole dominanti per le quali provano una vera e propria avversione (non provate a dirgli “non si può fare”)

–         Confidenza: hanno una spiccata fiducia nelle proprie capacità di superare sfide ed ostacoli

–         Focalizzazione: si concentrano su un unico obiettivo, senza farsi distrarre da niente (incluso il giudizio esterno)

–        Idealismo e pragmatismo: sono capaci di immaginare, visualizzare e dar concretezza alla loro visione di un mondo migliore

Tutte caratteristiche che fanno del genio un ribelle.. (ma non, necessariamente, il viceversa…)

Tutto d’un fiato

la storia di Cristian Fracassi raccontata da Federico Vincenzi pag. 181 14 novembre 2020

Non si può fare…

Spessissimo si sentono nelle aziende parole come “non si può fare”, “ci sono le procedure”, “non è di mia competenza”, “abbiamo sempre fatto così”,“non si può scavalcare l’organigramma”… frutto di opinioni diffuse, non necessariamente esplicitate ma spesso radicate nella cultura di un’organizzazione.

Opinioni che diventano dati di fatto e che rendono le aziende come le società: macchine burocratiche piuttosto che organismi efficienti volti alla risoluzione efficace di un problema.

Ma le storie vere, quelle degne di essere raccontate e che fanno fare un passo in avanti all’umanità sono storie spesso rivoluzionarie che partono da chi si dimentica delle convenzioni per andare oltre e risolvere problemi talvolta anche semplici che però non vengono mai affrontati per quello che dovrebbero essere (problemi semplici..).

Questa è la storia di una start up italiana che con ingegno, coraggio ed una visione globale è riuscita a salvare diverse centinaia di vite umane… riproducendo una valvola di plastica con una stampante 3D, attaccandola ad una maschera di Decathlon, testandola con metodi non convenzionali, superando la burocrazia, assumendosi dei rischi e condividendo i risultati a tutto il mondo in modo da salvare altre vite..

Una storia particolare, accaduta in tempi particolari ed in circostanze eccezionali… ma anche una storia di come si dovrebbero gestire le cose nella pratica quotidiana… quando in ballo non ci sono vite umane e si dovrebbe avere la lucidità di capire quanto sia necessario unire scienza, intelligenza ed umanità per creare qualcosa di utile al servizio della collettività e non del singolo interesse.

“In tempo di guerra ci sono quelli che pensano a salvare gli altri e quelli che pensano a salvare se stessi” è un passo che tratta un tema di assoluta rilevanza sia nel libro che nella vita: l’approccio ed il “purpose”.

Dopo aver fabbricato il dispositivo in quattro e quattr’otto ed aver fatto il 90% del lavoro, il protagonista di questa storia ed il suo team hanno dovuto prima affrontare il problema dei test, poi quello dei brevetti e delle certificazioni, scontrandosi con la burocrazia di ospedali ed enti governativi.

Come riporta l’autore in un altro passo fra i più significativi: “C’erano stati due modi di usare le maschere: alcuni ospedali le avevano usate e stop.. senza dichiarazioni, senza carte e cartacce, dritti al problema: prima la vita e poi la carta”. “Altri, più ligi, avevano compilato la dichiarazione di utilizzo e l’avevano inviata al ministero.. e le tenevano ferme in attesa di risposta”.

Le aziende, le start up, le società, i governi e gli ospedali sono tutte entità fatte di persone… e questa storia insegna come sono proprio le persone a poter decidere se e come fare la differenza…

Pezzi di avanzi e pezzi di rispetto

(Post da Instagram)

Questa foto è orribile anche con il migliore degli effetti di Instagram..

Ma questo avanzo di cotoletta mi fa tornare indietro ai tempi in cui i miei genitori, pur con molto rispetto (in un’accezione del termine tipica della loro epoca), lo avrebbero buttato via perché troppo piccolo.

Un “piccolo avanzo” che la mia generazione (che pur non rendendosene conto vive ancora la coda delle vacche grasse di un mondo che non esiste più), deve tenere non per esigenza ma, appunto, per “Rispetto” (in una nuova concezione del termine che, grazie all’istruzione ricevuta, dovrebbe essere necessariamente migliore).

“Rispetto” per i molti, troppi bambini che  farebbero letteralmente a cazzotti per accaparrarselo, facendo prevalere la forza in barba all’equità ed alla giustizia (perché quando hai fame non hai spazio per fare il filosofo).

“Rispetto” per quelle persone che ad un tiro di schioppo fuori dalle nostre porte non hanno niente.. e che non capiscono neanche cosa sia un “avanzo”.

Persone sulle cui sponde probabilmente arriverà solo un pezzo di plastica senza contenuto: uno scarto non edibile portato dalla corrente … che per altri 250 anni ricorderà loro che, nonostante quello che chiamiamo “progresso”, siamo ancora dei “colonizzatori”… (anche se alla bandiera abbiamo sostituito una plastica col marchio “CE”)

Non possiamo risolvere la fame nel mondo, nè ha senso angosciarsi per qualcosa su cui abbiamo poco controllo a livello individuale.

Ma il “Rispetto” sì.. ci vuole “Rispetto” anche per i piccoli avanzi, affinché questo poco controllo che ora abbiamo sulla globalità delle cose un giorno possa trasformarsi in intelligenza collettiva.

Un piccolo avanzo non buttato è un segno di “Rispetto” per qualcosa che facciamo fatica a capire.. figuriamoci a risolvere.

Non c’è da essere filosofi nè buonisti.. c’è solo da pensare a quello che facciamo..

Riabituarsi a pensare… per non “sputare nel piatto dove mangiamo, buttando via quello che non mangiamo”.